Rivolgiamoci ai poeti

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Scrive Claudio Magris sul Corriere della Sera di oggi:

"La poesia non dà informazioni sui fatti, sulla crisi economica,sulle leggi che regolano i matrimoni, le pensioni o l'assistenza sociale, ma dice come gli uomini vivano tutto questo; dice come i grandi numeri della disoccupazione, del disagio sociale o delle ideologie in crescita o in declino si calino nell'esistenza degli individui, diventino la loro quotidianità, la loro carne e il loro sangue.
La poesia dice la verità della realtà più vera, più corposa e concreta: la vita di ogni singolo individuo. Dice come egli ama, soffre,desidera, protesta,spera, incontra o fugge gli altri individui. Se vogliamo capire cosa è stata veramente la storia d'Italia dell'ultimo secolo, non basta sapere cosa ha fatto Mussolini, De Gasperi o Agnelli; D'annunzio o Pasolini- per citare a caso due esempi rilevanti- ci fanno toccare con mano cos'è stata questa storia, con le sue trasformazioni e i suoi subbugli, nella vita concretissima dei sensi, dei sogni, delle speranze, delle disillusioni degli uomini.
....Per conoscere il nostro tempo - per conoscerci, per sapere come abbiamo vissuto o non vissuto, come la Storia si sia intrecciata ai nostri amori, alle nostre pulsioni, ai nostri bisogni intimi e fondamentali- occorre rivolgersi ai poeti."

Auguro a tutti che tra i propositi per l'anno nuovo, vi sia l'intento di ascoltare e approfondire il linguaggio della POESIA.

"Era una notte d'inverno e nevicava 
sugli alberi neri. La strada verso casa
era coperta di polvere bianca, così
immacolata che mi prese come una pena
di calpestare quel candore,
cancellare col mio passo
l'immensa perfezione della neve.
Rasentai il ciglio della via per lasciare
intatto quel dono del cielo."  
(F.L.)

Assenzio

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ASSENZIO   

La deserta stagione
nell'acqua dei cortili
le sue gioie scompone
precipita dai clivi.

Verso i monti delle alpi
torna azzurro ed assenzio
di venti,torna ai campi
la sagra del silenzio.

E il tuo freddo rimpianto
sta sui vacui confini
contro il purpureo vanto
dei mosti e dei giardini

mentre l'astro crudele
dalle attardate sfere
rigèrmina e fedele
cresce nel suo potere.

Sigillo augusto, degna
fine,voto profondo,
spada che a morte segna
per sempre il cielo e il mondo,

delle tenebre alunno
che impietrisci l'aurora!
Nell'ombra dell'autunno
il chiuso bosco odora.

Da "Dietro il paesaggio" Andrea Zanzotto

Signori, ancora del tè

Ho perso ormai molte cose di me,anche se non mi sento più leggera,
mi rimane però il gusto di camminare sotto la pioggia verso sera  
guardare, nella luce gialla dei lampioni, la trama verticale delle gocce
che schiudono piccoli cerchi nell'acqua nera delle pozze
- calpesto una foglia secca ingoiata da un tombino -
mentre mi viene incontro il mare come un bambino
che si diverte a scavare gallerie e poi le fa crollare ridendo sulla riva.

Intanto, anche col maltempo,
una polveriera solca l'orizzonte
cammuffata da nave da crociera.

Tomas Tranströmer - Premio Nobel per la Letteratura 2011

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TEMPORALE

Passando, s'incontra all'improvviso qui la vecchia 
quercia gigantesca, alce pietrificato dalla
chioma sconfinata sulla fortezza nero-verde
del mare di settembre.
Temporale del nord, è il tempo in cui maturano
grappoli di nespole. Vegliando al buio si sentono
scalpitare le costellazioni alle loro poste
in alto sopra l'albero.

Tomas Tranströmer

Reclusa

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Ho saputo dall'amministratore condominiale
che l'inquilina del piano interrato ha deciso di traslocare.
Non posso darle torto, faceva una vita da reclusa
appesa giorno e notte a una lampadina accesa.

Così ha pensato di farla finita, 
ha comprato un camper ed è partita,
adesso sarà già lontano, oltre la frontiera,
in un posto al sole, in una terra straniera.

Icone

Eremita

Lentamente si spengono sullo schermo tutte le icone
quando infine, come un naufrago, raggiungo il sonno
che all'inizio è leggero, di superficie
un galleggiare nebbioso in acque cupe.

E' allora che qualche puntino si riaccende
una luminosa cometa torna a brillare
sfavilla un istante nella notte poi svanisce.

Era un ricordo, un gesto,
il volto di una donna che ho incontrato,
il pensiero di mio figlio lontano.

Poi, per qualche ora, non esiste più niente,
tutto cancellato, la vita dimenticata,
oscurata dal sonno che allestisce 
il nuovo palcoscenico dei sogni.

Ma se capita di svegliarsi a un'ora qualsiasi
della notte, ecco che la giostra riparte
con tutti i personaggi a bordo,
anche quelli che vorrei fossero già scesi.

La ruota panoramica si rimette in  moto
e in pochi istanti trovo la combinazione
che ricolloca i pezzi al loro posto
e mi ritrovo non senza meraviglia
ancora una volta la mia vita in mano.

La capanna indiana

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Paola ci ha aperto la sua casa in montagna per una giornata di saluto a una cara collega che ci lascia per trasferirsi lontano.

Il cielo è pallido di primo mattino e solo a tratti si scorge il suo occhio luminoso nel fitto degli abeti.

Tra soste, silenzi e voci ci inoltriamo nel bosco in cerca di cespugli di lavanda, funghi, fragoline, con la segreta speranza, forse, di imbatterci in una fata, un elfo, chissà... il bosco è così misterioso.

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Su alcuni pini, a bordo del prato di Scarassan, sono ancora visibili i solchi che un tempo venivano praticati sul tronco delle conifere per estrarne la resina. Le piante non sembrano aver patito del trattamento, ma è triste vedere queste cicatrici che ne deturpano il fusto.

Il tempo scorre senza impedimenti né interruzioni. Il passaggio da una fase all'altra del giorno avviene con ritmo naturale, ampio e disteso. Così arriva il momento di impastare farina, acqua, lievito e preparare la pasta per le pizze; raccogliere legna e accendere il fuoco nel forno all'aperto.
Mi piace tantissimo accendere il fuoco con le pigne, i legnetti, vedere le fiamme guizzare, sentire il crepitio e il profumo sprigionato dalla legna che arde. Resto incantata davanti al fuoco.

Nel pomeriggio ci raccogliamo nella capanna indiana, costruita secondo il metodo originale dei Nativi Nordamericani.
Nel teepe si compie un piccolo rito per dare solennità al momento e comunicare con parole che vengono dal profondo: chi parla tiene in mano una bacchetta di legno di pino ed esprime le emozioni che sente senza imbarazzo, senza trattenere le lacrime quando arrivano. 
Si è creata tra noi un'atmosfera di forte coesione e intimità che resterà per sempre nei nostri ricordi.

Ciao, cara amica.

"Qui siamo giunti dove volevamo" (La capanna indiana - A.Bertolucci)

Pian del Valasco

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Al Pian del Valasco piove. La temperatura è scesa sui 10 gradi e fa freddo.

Una scorciatoia che costeggia il fragoroso torrente Gesso, ci porta dalle Terme di Valdieri al Pian del Valasco, m1.784, sotto una pioggia fine e insistente. Dopo un'ora e mezza di cammino con lo zaino sulle spalle, nonostante il freddo, si suda sotto la mantella di plastica.

 

Questo pianoro verdeggiante e ricco d'acqua, sovrastato dalla cima del Monte Matto, piacque a Vittorio Emanuele II, futuro primo re d'Italia, che nel 1868 vi fece costruire una palazzina di caccia, dopo aver acquisito i terreni dal Comune di Valdieri come riserva ad uso privato di caccia e pesca. 

Vittorio Emanuele II, il Re Cacciatore,  veniva al Pian del Valasco per sfuggire alla noia di corte  e qui compiva stragi di camosci, stambecchi, caprioli, (dicono le cronache fino a 400 capi abbattuti al giorno!) e  trascorreva qualche tempo in famiglia con la Bela Rosin che sposò nel 1869 con nozze morganatiche, dopo la morte della legittima moglie, Adelaide d'Asburgo.


Rosa Vercellana, la bela Rosin, di umili origini e analfabeta, non divenne mai regina, ma fu nominata contessa di Mirafiori e Fontanafredda ed ebbe due figli dal re che l'amò per tutta la vita.

 

Oggi la Reale Casa di caccia è diventata un comodo e ospitale rifugio alpino. All'ingresso un cartello promette "Cucina occitana" e specialità piemontesi, ma nonostante la fame, e la buona volontà di rintracciare almeno qualche effluvio della rinomata cucina in una colla di spaghetti conditi con pessimo sugo di pomodoro e una fettina di arrosto a testa con polenta, non abbiamo avuto il piacere di gustarne nemmeno un boccone!

 

Dal Pian del Valasco si dipartono numerose escursioni di vario grado di difficoltà. Il giorno seguente, con un bel sole, affrontiamo la salita verso il Rifugio Emilio Questa, m 2.388, lungo un percorso che tocca i laghi di Valscura, di Claus e delle Portette, tra boschi di abeti, placche rocciose e tornanti che seguono una carrareccia militare.

 

Strano ma vero, al Rifugio Questa ci viene servita un'ottima polenta "concia" da un giovane sherpa nepalese!


 

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Un respiro

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Dionisio Bono (Isio) è un poeta. Un amico. Anche un lontano parente.

Desidero dedicargli questo omaggio perché la sua poesia mi tocca nel profondo, smuovendo echi e immagini  di un mondo contadino, segnato dagli eventi naturali e dalla fatica paziente di uomini e donne, nel quale affondano le mie radici.

Mario Federico Boeri, a conclusione della prefazione del libro di Dionisio Bono "In sciau" (Philobiblon edizioni - Ventimiglia) dice di lui:
"un'anima lieve ma non semplice, un cuore nobile ma non altero, un uomo e un poeta autentico"

Cuncertu

Üna, pöi l'autra, e ciape d'ina scara
i dan l'afiu, de nöte, da a caudüra,
pele ch'a brüxa a prima zuventüra
ch'a lascia u stampu a maniman ch'a cara.

Nasciüe dau scüru, face sença döte,
i me s'acosta inamurae a turnu,
caicüna ghe dareva man de giurnu,
caicüna abrassereva sulu a a nöte.

E canta i grili, u bassu u fa e çigare
pe' marcà u tempu, in tempu sença susta,
u tempu d'in amù che ascauda e scare.

(Concerto: Una, poi l'altra, le lastre di una scala/ danno tregua, di notte, alla calura,/ pelle che infiamma la prima gioventù,/ che lascia l'impronta man mano che scende.// Nate dal buio, facce senza dote,/ innamorate s'accostano a turno,/ a qualcuna darei mano di giorno,/ qualche altra abbraccerei solo di notte.// Cantano i grilli, al basso le cicale/ segnano il tempo, un tempo senza sosta, / tempo d'amore che scalda le scale.)

In sciau

Fin tropu bele, e buche de relouru
i s'acavala fina a dröve a gura,
ghe n'é de rösa, du curù de l'ouru,
ma i se despöglia dau vestìu da sciura.

E früsta i ciochi plàcidi dê ure
du campanin ch'u ne spartisce u tempu,
sença abadà che l'anscetà de sciure
l'é in sciau ch'u l'intöscéga sença scampu.

In bufurun asmàticu de ventu,
ansciau, de nöte, da in avustu stancu,
u gh'aìssa a faudeta a pena a stentu
ch'a ghe turna a pesà, sciü, surva u fiancu.

I stegneran, giruse de campane
pigliae dau colu sença pentimentu,
se basta in pesu mortu inte sou tane
pe' fare ressonà de sentimentu.

(Un sorso, un respiro: Fin troppo belle, le bocche di oleandro/ s'accavallano fino ad aprir la gola,/ ce n'è di rosa, del color dell'oro,/ ma si spogliano del vestito da fiore.// Le logorano i rintocchi placidi delle ore/ del campanile che ci scandisce il tempo,/ senza badare che l'ansia dei fiori/ è un sorso che avvelena senza scampo.// Una folata asmatica di vento,/ ansimata da un agosto stanco,/ alza loro la gonna appena a stento/che le torna a pesare sopra il fianco.// Soffocheranno gelose di campane/ prese dal collo senza pentimento,/ se basta un peso morto nelle tane/ per farle risuonar di sentimento.)

Nella foto: la splendida fioritura di una siepe di agapantus nel giardino di Mariangela, a Calandri. Il compagno di Mariangela, Stefano Camilli, prematuramente scomparso, è stato un caro amico di Dionisio Bono. La casa ospita oggi un accogliente Bad&Breakfast: 

La foca ammaestrata

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Devo imparare a usare bene il computer, come Giuliana.

Devo imparare a parlare velocemente e avere le idee chiare, come Maria.

Devo imparare a cucinare bene, come Luisa.

Devo imparare a scattare bene le foto, come Alberta.

Devo imparare a pretendere da mio marito che faccia la spesa e lavi i piatti, come Elisa.

Devo imparare a fregarmene del giudizio degli altri, come Anna.

Devo imparare a scrivere poesie, come Patrizia.

Devo imparare a curare il mio corpo, come Angela.

Devo imparare a camminare con i tacchi alti, come Paola.

Devo imparare a smetterla di dire devo.

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